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“I giovani d’oggi”: ma agli occhi di chi?

Che cosa ci perdiamo quando l’età arriva prima della persona

Illustrazione Who Am I?: una figura giovane al centro di sagome e segni colorati.
Basliel Bedewi, Who Am I?, 22 aprile 2025.

Ho riflettuto molto su come aprire questa sezione in modo coerente con lo scopo di questo sito web. Avrei potuto, e forse dovuto, trattare di difficoltà di apprendimento, consulenza educativa o di metodo di studio. Verrà il tempo.

Ho preferito, invece, immergermi nella fonte ispirazionale che ha reso il mio lavoro tale: i giovani. Non tanto per raccontare come sono, non ne avrei la presunzione, quanto per interrogarmi sul modo in cui li guardiamo noi adulti. Perché, prima ancora di educare una generazione, credo sia necessario provare a comprenderne il tempo e il contesto.

La mia formazione, integrante di studi umanistici, storici e filosofici, mi ha insegnato a diffidare delle spiegazioni semplici e veloci, per cercare, invece, significati sottesi ad esse. Dunque, credo fortemente che le persone non esistano al di fuori della società in cui crescono: ogni generazione accoglie alcuni insegnamenti di chi l’ha preceduta, ne rielabora altri e talvolta li mette in discussione, poiché affronta condizioni diverse. È proprio questa messa in discussione che può risultare scomoda a chi continua a riconoscersi in essi.

È soprattutto quest’ultimo punto, agli occhi di chi ha vissuto un altro tipo di società, che risulta scomodo.

Può accadere, allora, che chi appartiene alle generazioni precedenti interpreti queste differenze come fragilità, disinteresse o impazienza, ricorrendo a formule già pronte: “non conoscono il sacrificio”, “faticano ad accettare le frustrazioni”, “vivono attraverso uno schermo”. Giudizi che attraversano le conversazioni quotidiane, i giornali, le famiglie e perfino le aule scolastiche. Qualche volta nascono da osservazioni fondate, altre volte sono soltanto il modo più rapido per non porci domande più complicate.

È qui che vuole porsi la mia riflessione in parte vestita d’esperienza.

Personalmente la scuola mi ha permesso di incontrare ragazzi molto diversi tra loro, e in nome di questa eterogeneità, ho iniziato a rendermi diffidente verso ogni tentativo di racchiudere una generazione in un’etichetta. Non esiste un unico modo di essere giovani, così come non esiste un'unica esperienza dell'adolescenza. Ci sono storie, contesti familiari, possibilità economiche, aspirazioni e paure. C'è chi sente di voler sperimentare infinite strade e chi fatica ad immaginare la propria. E allora mi chiedo: quando sosteniamo che i giovani non sappiano più affrontare il mondo, quanto conosciamo davvero il mondo che stiamo chiedendo loro di affrontare?

È sbagliato, d’altra parte, anche credere che prima fosse tutto più semplice, o pensare che le generazioni precedenti abbiano vissuto senza difficoltà: sarebbe un’altra generalizzazione e il confronto chiede sempre cautela. Riflettiamoci.

Anch’io sono stata “una giovane d’oggi”

Sono nata sul confine tra Millennials e Gen Z e sento di appartenere a molte esperienze dei primi, riconoscendo una distanza rispetto ai secondi, cioè i miei studenti: a volte nei linguaggi, altre nelle abitudini, nei riferimenti culturali, nel modo di stare nelle relazioni. Però riconoscere la distanza non mi autorizza a trasformarla in una gerarchia.

Anch’io ho conosciuto il giudizio di chi guardava alla mia generazione attraverso le proprie aspettative e quotidianamente mi confronto con un futuro che percepisco meno definito di quello che mi era stato raccontato. Mi sembrerebbe poco onesto dimenticarlo proprio adesso, mentre occupo il posto dell’adulta che, per gli ancor più adulti, sembra una posizione da giustificare: «Prof?! Ma ti fai rispettare alla tua età?». Una domanda che ricorda quanto facilmente un dato anagrafico possa precedere la conoscenza di una persona.

Alpha, Generazione Z, Millennials, Generazione X, Baby Boomers: queste categorie possono aiutarci a ragionare sui cambiamenti storici, purché non diventino descrizioni stereotipanti.

Non vorrei che questa riflessione diventasse una contrapposizione tra giovani e adulti.

Preferisco usare questo articolo per chiedermi che cosa possiamo riconoscere gli uni nell’esperienza degli altri, guardando alla distanza come ricchezza e valore: chi è cresciuto prima può portare memoria, raccontare le ragioni delle proprie scelte, le difficoltà attraversate e ciò che ha imparato; chi cresce oggi può mostrare quanto quelle condizioni siano cambiate e quali domande nuove chiedano risposte. Il confronto può aiutarci a capire che cosa conservare, che cosa ripensare e che cosa costruire insieme.

E qui torniamo a ciò che mi ha spinta ad aprire questo spazio con questa riflessione. Il mio ruolo di adulta, pedagogista e insegnante è quello di partire dalla conoscenza delle persone che ho davanti, senza lasciare che un giudizio sulla loro età decida in anticipo ciò che posso aspettarmi da loro.

Sara Panini

Riferimenti e letture per approfondire

  • Mannheim, K. (2019). Giovani e generazioni. A cura di Maurizio Merico. Meltemi.
  • OpenStax (2021). Introduction to Sociology 3e, sezione 11.3: “Prejudice, Discrimination, and Racism”.
  • Pew Research Center (2023, 22 maggio). 5 things to keep in mind when you hear about Gen Z, Millennials, Boomers and other generations.